mercoledì 5 marzo 2008

LAURA PIETROPAOLI

L'associazione Cadeart inaugura, venerdì 7 marzo dalle 18.30 alle 20.30, l’esposizione d'arte “Neve scivolosa” con le opere di Laura Pietropaoli all’interno dell’Hotel “Villa Santa Maria in Foris” in via Pasolini n.61 a Ravenna. L'esposizione a cura di Ilaria Siboni, con testo di Alessandro Fogli, sarà visibile tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00 fino a domenica 18 maggio, ingresso gratuito.

L’associazione CadeArt

La serie di esposizioni itineranti “I Lunari dell’Arte”, prosegue il suo percorso di diffusione dell'arte nei luoghi di vita della città, che vengono di volta in volta adottati e rinnovati dagli artisti e dal loro lavoro. Dopo esposizioni in spazi come Ca' de' Ven a Ravenna, Torre medievale di Oriolo dei Fichi a Faenza, la sede provinciale della CNA di Ravenna, lo studio legale L. Donelli, D. Dal Monte, R. Vecchi sempre a Ravenna, è di nuovo la volta dell'Hotel Villa Santa Maria in Foris a Ravenna luogo elegante ed accogliente, struttura più vicina a quella di una casa signorile piuttosto che a quella del solito hotel di lusso. Luogo-albergo pensato come una propaggine della propria idea di casa, qui il gruppo di CadeArt è felice di invadere gli spazi comuni dell’hotel e dare seguito all’idea di essere punto d’incontro e di libero di scambio ospitando “Neve scivolosa” di Laura Pietropaoli artista che vive e lavora a Ravenna. Diplomata al Liceo Artistico di Ravenna, dove è stata allieva di maestri quali Umberto Folli, Giulio Ruffini e Francesco Verlicchi, che l’hanno incoraggiata a proseguire nella carriera artistica. Nei primi anni ’70 inizia la sua attività, partecipando a varie collettive, e sempre in quel periodo allestisce alcune esposizioni personali nelle città di Trento e Rovereto, dove esercita la professione di insegnante d’arte. Contestualmente alla ricerca pittorica si cimenta, negli anni ’80, nella realizzazione di bronzi con fusioni “a cera persa”, spinta dalla curiosità e dalla passione verso le più svariate risoluzioni visive e dimensionali, opere esposte in alcune gallerie di Ravenna. Negli ultimi anni ha focalizzato la sua attività sulla ricerca cromatica, sui contrasti, favorendo la tecnica ad olio, inserendo altri materiali, infatti su tela e su cartone applica tessuti, gioielli, oggetti di diverso tipo e valore che completano i ritratti dei personaggi, di fantasia ma anche persone care, che affollano la sua intima ricerca.

Testo di Alessandro Fogli

I Greci credevano agli dèi perché li vedevano. E quando si credette alla vista interiore la si chiamò Fede. Ora però, tra i moderni, i “veggenti” sono soprattutto quelli che vedono l’assenza e il vuoto. E’ qui, verso queste assenze, questi spazi vacui, che le figure di Laura Pietropaoli, emergendo da mondi indefiniti, gettano i loro sguardi indagatori, ficcanti, giudicanti. Nonostante l’astrattismo che ne è alla base, l’arte della Pietropaoli osserva la realtà, una realtà che a volte disturba, e disturba perché – ce ne rendiamo conto poco per volta – non è rappresentata in alcun luogo della tela, ma è quella esterna, in cui ci troviamo noi spettatori. E’ quella, che viene messa a nudo, è l'animo umano, tramite la muta e immobile azione di personaggi ambigui, doppi, a venire posto di fronte a uno specchio nero. L’artista evidenzia i segni interiori lasciati dalla vita, accenna a gioie e sofferenze mai pure, mai complete, stupisce per tragicità e sensualità, mostrando un profondo interesse per l’interiorità dei soggetti trattati, dai quali si fa coinvolgere emotivamente per portarne a galla il rimosso, quello che gli altri non riescono a vedere. Intensi e profondi, i suoi ritratti – soprattutto femminili – sono caratterizzati da spessi contorni, dall’utilizzo reiterato di oggetti reali applicati direttamente sulla tela. La pienezza fauvista dei colori e la varietà materica (olio, naturalmente, ma anche gesso, carta, matite) trasmettono una forte carica di fisicità, ma i volti, percepiti spesso come una maschera, suggeriscono una remota, ineffabile spiritualità. Laura Pietropaoli si serve in gran parte del potere icastico del colore (il rosso in tutte le sue possibili accezioni) per costruire l’immagine e darle forza emotiva, un’attitudine che, unita alla naturale abilità pittorica, la porta a risultati sorprendenti, capaci di far sembrare grandiose opere di piccolo formato, oppure intime opere di grandi dimensioni. Sono visioni di vibrante tensione che fuoriescono dai confini dell’opera in sé per trasferirsi nell’universo metamorfico del simbolico e qui lampeggiare, con la potenza del loro senso, ancora una volta verso la vita.

Per altre informazioni:

www.cadeart.blogspot.com

ilariasx@hotmail.com

Ilaria Siboni cell. 338 1584910


martedì 19 febbraio 2008

"PONT AU CHANGE SANS PONT"




L'associazione culturale CadeArt presenta la nuova serie di esposizioni d'arte ”Lex Artis” che si terrà presso lo studio legale L. Donelli, D. Dal Monte, R. Vecchi in via C. Ricci n. 29 a Ravenna. La quarta esposizione della serie, “Pont Au Change Sans Pont” di Riccardo Bottazzi, a cura di Ilaria Siboni, inaugura venerdì 22 febbraio alle 19,30, con testi di Domenico Settevendemie l'esposizione sarà visitabile tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 15,00 alle 19,00, ingresso gratuito.


Gli artisti in mostra nelle successive esposizioni: Simone Gardini, Mattia Battistini.



Lex Artis


CadeArt, dopo esposizioni in spazi come Ca' de' Ven a Ravenna, Torre medievale di Oriolo dei Fichi a Faenza, l'Hotel Villa Santa Maria in Foris a Ravenna e la sede provinciale della CNA di Ravenna, porta l'arte in un nuovo, inconsueto luogo, uno studio legale, difficile connubio, ma trasportati dall'idea della condivisione più totale dell'arte inizia questa serie che porterà in esposizione le personali del gruppo artistico dell'associazione che permette una panoramica più ampia sul loro lavoro. Dunque prosegue l'idea di inserire con armonia e freschezza l'arte nei luoghi di vita che vengono di volta in volta adottati e rinnovati dagli artisti e dal loro lavoro; in questo caso quindi un luogo di lavoro che permette di dare spazio all'arte...

martedì 12 febbraio 2008

FEDERICO ZANZI - "TUMULTI DEL CUORE"


Ho conosciuto Federico Zanzi attraverso le parole del suo amico pittore Roberto Pagnani che me l’ha fatto apprezzare per la sua umanità e talento artistico.

In questo mio breve scritto evito di soffermarmi troppo su descrizioni ed esplicazioni delle sue pitture che, come Zanzi giustamente vuole, si dichiarano da sole, ma preferisco sottolineare la vena poetica che influenza le opere esposte al Palazzo Galletti Abbiosi di Ravenna.

Il titolo della mostra è di per sé evocativo del vissuto interiore di Federico: “TUMULTI DEL CUORE”.

Zanzi ama intensamente e, per questo motivo, la sua sensibilità è continuamente sollecitata dal proprio percepire l’emotività e le situazioni che ci accompagnano nella vita partendo, perciò, dal primo motore che ci appartiene, l’amore appunto.

Ci sono dipinti dove domina il rosso, quasi come la presenza di una “spezia” profumata che gioca con geometria di verdi e i sorrisi dell’oro…

Non dobbiamo dimenticarci che Zanzi ama la letteratura e, oltre che un valido pittore, è anche poeta.

La natura è presente come elemento vitale e “tumultuoso”; l’artista riesce a fondere la capacità di rappresentazione di figurazione aniconica con quella iconica.

Corteccie di alberi, foglie, segmenti, triangoli e rettangoli si librano sulla tela come i profumi, con il vento, nell’aria…

Corrado Cati

lunedì 14 gennaio 2008

CAFFE'! (Con uno scritto di Domenico Settevendemie)


Da che mondo e tempo gli oggetti prestano indiscriminatamente il fianco alla mano dell’uomo. Succede ogni giorno, ad ogni ora della paga giornaliera smazzettata sull’unghia 24 volte, diurna o serale che sia, poco importa. Non paiono opporre alcuna forma di resistenza, di più, la stessa resistenza pare un concetto riducibile a dettaglio insignificante, ad insulsa dabbenaggine frutto di qualche inutile speculazione mentale se riferita agli oggetti. Sono figli dell’invenzione ma non hanno anima né sangue propri, quindi mancano di diritti e ancor prima di relazioni possibili, scaturibili, allora perché mai dovrebbero opporsi all’uomo. D’altra parte avete mai letto del suicidio tentato da uno spremiagrumi per la girandola di avvitamenti cui viene sottoposto? O della consensuale richiesta di divorzio tra un mouse e la tastiera di un computer dopo anni di onorato concubinaggio? No, certamente. E gli avvocati presenti non avranno difficoltà a confermarvelo. Io pure, che sono avvocato di breve corso, non posso far altro che dargli ragione. Discorso chiuso, caso chiuso perché mai aperto, quindi. Gli oggetti restino pure al loro posto, al posto da altri deciso per loro. Ottusi aggeggi, arrendevoli come sempre sono stati ed in balia delle nostre voglie. Non potrebbero fare altrimenti. La stilo di pregio rintanata entro una comoda bocchetta, la penna da pochi centesimi riversa invece sul tavolo priva di protezione, le posate ammonticchiate l’una sopra l’altra perché l’ossigeno ha altri a cui pensare, la caffettiera a troneggiare in mezzo ad un vassoio o lasciata al fondo di un lavabo in attesa della toeletta, e così via. Solo lo scopo ed il fine a presiedere ogni loro movimento, con l’utilità a correre su di un corpo rigorosamente senza fiato e gambe.

Eppure i pittori da sempre si ostinano a volerli ritrarre, questi oggetti, con tale foga ed abnegazione, con tale arrogante cocciutaggine, fino quasi al punto di dolersi ed inveirvi contro per l’incapacità di questi ultimi a restare fermi in posa per tutto il tempo necessario a fissarli sulla tela. Quasi si muovessero per un improvviso crampo ai muscoli dovuto alla lunga imposizione della rigidità, al pari di un modello sfinito. Ma se gli oggetti non hanno sangue, se non hanno il folto acceso della spinta pilifera, se non soffrono la stanchezza, se non combinano cromosomicamente con il sudore, i sorrisi od il pianto dell’uomo, cosa scatena in chi li ritrae tanta devozione e pervicace fratellanza? Il semplice gusto del grottesco, dell’ingenuo divertissement? Puro esercizio di stile, nonsense marcato dal talento? O c’è dell’altro? Che sia quel ritorno alla vita insito nelle cose, in tutte le cose, anche le più inerti, spontaneo ed allo stesso tempo coniugato al paradiso di uno sguardo che in loro si specchia e vi vede attraverso? E’ sorprendente che alcuni uomini abbiano creduto di poter stabilire un rapporto vitale, quasi erotico tra sé e gli oggetti divenuti per tale via consorelle o amanti mai sazie, facendo semplicemente ricorso alla tavolozza dei colori. Altro che nature morte, la natura morta non esiste, parola di Cézanne, è la stessa pittura ad essere natura nella sua più ampia ed omnicomprensiva accezione, fino a superare gli angusti confini cui viene costretta dalla semantica, nulla può e deve escludersi, pena un inganno terribile che si compie a danno dei nostri sensi. Lui non fu certo l’unico a pensarla così, anche se il suo modo di esprimersi, tra una reprimenda vomitata nel privato del suo studio ed una pubblica ingiuria scagliata contro il mondo con la forza di mille giavellottisti, resta ancora oggi per certi aspetti insuperabile. I migliori esempi della figurazione contemporanea sono persino arrivati a dimostrare attraverso le loro opere dell’avvenuto azzeramento di distanze tra quanto è animato e quanto non lo è, nell’atto della sua espressione in arte. Espressione esaudita come un desiderio che si abbevera del proprio succo creativo man mano che la polpa s’ingrassa a spese del talento. Il cannibale che è in noi. Libagioni ricche di sostanza faranno allora aumentare a dismisura la sete dell’artista, boli di cibo scenderanno veloci, giù, fino alle caviglie, per risalire infine ai polpastrelli, dove dipingere si traduce in una tecnica del corpo e della mente insieme.

Ecco il punto. E’ consentito dare degna figurazione degli oggetti a chi non si sia limitato a raffigurarli, avendoli vissuti pienamente. A chi abbia intrecciato con essi una relazione di solida mutualità. La forma avrà allora calore e colore equamente sparsi sulla tela, per mostrare come le cose si fanno cose senza alcun rapporto di subordinazione necessaria nei confronti dell’uomo. A tale sintetico risultato è pervenuto, con un pizzico di sobria follia, Roberto Pagnani, il cui atto creativo e compositivo procede non dalla conoscenza artificiosa delle sue leggi, ma da una complicità illuminata e per nulla scaramantica verso quell’universo di presenze che siede con noi, che con noi quotidianamente mangia la stessa polvere. Attraverso il gesto del pittore, placide caffettiere accomodate su sghembi-lembi di tavolini, si aprono alla confessione più disparata. Come un balsamo contagioso il disegno si fa tramite dei loro ricordi più antichi che le vide ergersi a troni per vecchi re, reclinarsi dolcemente come belle conchiglie pettinate dalla salsedine o dilatarsi in chiglie prosperose. E’ il passato degli oggetti, la possibilità di una propria memoria non ridotta a silenzio né sottomessa. Ma pure il loro futuro. La caffettiera si anima, si sbraccia raccontando la sua storia, cambia di fattezze pur restando sul tavolo, e su di esso germoglia la concezione della linea e dei pieni come attributo positivo e proprietà caratteriale della materia non carnale di cui è fatta una comunissima moka. Il silenzio non è il fatale destino cui gli oggetti devono piegarsi, ma una pausa del respiro tra una frase e l’altra esattamente come lo è per noi. Roberto Pagnani, nei suoi fondali puntualmente color crema introduce il rilievo di una buffa macchinetta capace di tollerare con la stessa naturalezza le conversazioni tra umani seduti attorno a lei, ed il fuoco sopra cui viene fatta portare ad ebollizione. Ma non c’è nulla di visionario in tutto questo, al contrario è presente la tanta concretezza che caratterizza il ciclo di opere qui in esposizione, la concretezza dell’attenzione verso il quotidiano, dell’ascolto che avanza ed indietreggia senza freni come una fisarmonica al culmine della sua passione sonora, del pensiero che non si accontenta di abitare il solo visibile a lui consanguineo. E tutto ciò che dipinge è in risposta a questi stimoli. Il caffè rimane una curiosa bevanda da gustare da soli o in compagnia, la caffettiera quel prezioso alleato che te ne fornisce la possibilità. Nulla cambia quanto alle nostre abitudini. Per tutto il resto, beh, per tutto il resto dipende davvero da noi e dalla nostra voglia di non perderci in una semplice tazzina di caffè ma di trovarvi, magari solo per gioco, un intero mondo dentro tutto da scoprire. Con queste tele Roberto ha intrapreso il suo viaggio. E voi?

domenico settevendemie.

giovedì 13 dicembre 2007

Non solo Pop - Francesco Brunelli


L'associazione culturale CadeArt presenta la seconda esposizione d'arte della serie "Lex Artis" che si terrà presso lo Studio Legale L. Donelli, D. Dal Monte, R. Vecchi in via C. Ricci n. 29 a Ravenna."Non solo pop" di Francesco Brunelli, a cura di Ilaria Siboni, inaugura venerdì 14 dicembre alle 19,30, l'esposizione sarà visitabile tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 15,00 alle 19,00 fino a mercoledì 16 gennaio 2008, ingresso gratuito.

Gli artisti in mostra nelle successive esposizioni: Roberto Pagnani, Riccardo Bottazzi, Simone Gardini, Mattia Battistini.

Per altre informazioni si può visitare il blog:
www.cadeart.blogspot.com
cadeart@libero.it
ilariasx@hotmail.com

Per qualsiasi informazione è possibile contattarmi al cell. 338 1584910
cordiali saluti Ilaria Siboni

mercoledì 12 dicembre 2007

CORPOsaMENTE Winter07DROME


L'associazione culturale CadeArt invita all´esposizione d'arte "corpo...mente", a cura di Ilaria Siboni, che si svolgerà in occasione della rassegna CORPOsaMENTE DROMEWinter 07 AssociazioneCulturale AltriMenti, Comune di Ravenna, Assessorato alle Politiche giovanili, che si terrà presso ARTIficerieALMAGIA´ ex Magazzino dello Zolfo-zona darsena, Via magazzini posteriori - Ravenna. Date: ven21 Sab 22 dom 23 dalle ore 21,00.

Info: Tel.348-5250030 - info@altrimenti.org - www.myspace.com/corposamente

Caratterizzata dalla forte presenza di videoinstallazioni, l´intera rassegna è un´arena (drome) dove artisti già affermati sul panorama nazionale e giovani emergenti si confrontano; una massa pulsante di energie dove le distanze fra le varie discipline artistiche tendono ad accorciarsi.
L´intento è quello di consolidare una realtà culturale che da anni promuove autori provenienti dalla musica, dalle artivisive e dallo spettacolo. Promotrice dell´iniziativa L´Associazione Culturale AltriMenti, ha in questi anni presentato eprodotto decine di spettacoli, ospitando numerosi artisti di spessore nazionale e internazionale, scoprendo giovani talenti, avendo un sempre crescente riscontro di numeroso pubblico alle sue manifestazioni.
Il magico spazio de l´Almagià, ex Magazzino dello Zolfo, completamente ristrutturato dal comune di Ravenna, sarà il teatro delle rappresentazioni per tre giorni consecutivi: con produzioni di danza, teatro, musica, ed esposizioni di arti visive.
In questa occasione il connubio di due associazioni, l´associazione culturale CadeArt e l´associazione culturale AltriMenti, che collaborano per creare uno spazio che vive d´arte.

Direzione artistica: ANDREA BERNABINI - GIAN LUCA BECCARI

Per tuttele tre serate "CORPO...MENTE" esposizione d´arte contemporanea
a cura di IlariaSiboni - CadeArt. Espongono:
Mattia Battistini, Mauro Bendandi, Riccardo Bottazzi, Francesco Brunelli, Stefano Cangini,Lara Cerlienco, Nicola Fagnani, Simona Gavioli, Paolo Medagli, Roberto Pagnani,Francesco Petrosillo, Laura Pietropaoli, Stefania Vecchi, Federico Zanzi,Maria Chiara Zarabini, Alex Zurita, Cristian Zurita, Filippo Farneti

A finire le serate:
DJ SET con Alberto Randi +VISUAL - MEMOSINE (Gian Luca Beccari - Andrea Bernabini -Michele Levorato) Studio Live Video Interactive Set.

Ingresso 5 euro.

Inallegato:
- invito.

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cordiali saluti Ilaria Siboni

lunedì 10 dicembre 2007

CNA


L’esposizione allestita dal gruppo artistico Ca’ de Art presso la CNA di Ravenna, che rappresenta il 4° appuntamento itinerante della serie “I lunari dell’arte” a cura di Ilaria Siboni con il patrocinio del Comune e della Provincia[i], vuole essere in primis occasione per tirare le somme e rendere visibile la produzione artistica attuale dei sei artisti che compongono tale sodalizio.

Osservando i lavori di Battistini, Bottazzi, Brunelli, Gardini, Pagnani e Petrosillo, siamo condotti nel pensare a come - seppur ognuno con un linguaggio stilistico differente dettato dalla propria formazione artistica - siano vari gli elementi e le motivazioni che legano o meglio che accomunano tali personalità in un unico gruppo, sia su un piano ideale, sia su un piano prettamente realizzativo.

Sappiamo ormai, già dalle collettive precedenti, che tra gli scopi teorici prefissati da Ca’ de Art, oltre all’intento di “sublimare la simbiosi tra personalità artistiche differenti per formazione”- direi non tanto per provenienza visto che in linea generale tutti hanno attraversato momenti fondamentali d’apprendimento in terra di Romagna[ii] – vi è la volontà di “usufruire di luoghi non usualmente consoni ad ospitare arte”, rendendosi così “protagonisti degli spazi da vivere e da adattare”. Assistiamo, così, all’inserimento della contemporaneità artistica da parte di un sodalizio ben organizzato all’interno di luoghi storici nel ravennate.

Ciò sicuramente li accomuna dal punto di vista organizzativo e mentale, ma c’è dell’altro.

Infatti, tali artisti nutrono un vivo e nitido interesse per quell’interpretazione della realtà circostante basata sul confronto diretto con la tradizione artistica novecentesca.

Non di rado, è dunque possibile scorgere nelle loro opere diversi riferimenti appartenenti a quel percorso che partendo dalle Avanguardie, attraversa i momenti piu’significativi della Storia dell’Arte mutando e rinnovandosi nel tempo fino ai giorni nostri, riuscendo in tal modo ad evolvere il proprio mezzo espressivo senza mai perdere il filo della continuità storica.

Assieme a questo sguardo su ciò che già è presente – cioè il confronto con la pittura italiana ed europea – va sottolineato il prorompere di una spinta del tutto contemporanea la quale incita ad uscire dal supporto pittorico.

A tal riguardo, quando gli artisti di Ca’ de Art si cimentano in opere dipinte[iii], l’abbondanza dei materiali di vario genere applicati su di esse, le cornici incise e lavorate che prolungano il lavoro sulla tela, il caos di immagini delineate in superficie con appiccicati collages di varie forme e dimensioni, realizzano nella maggior parte dei casi veri e propri rilievi su quadro che tendono intenzionalmente ad uscire dal limite del supporto e a disporsi nello spazio circostante.

Vediamo ora quali sono i contributi personali che i singoli artisti apportano a Ca’de Art.

Due sono gli elementi principali che danno vita e significato al lavoro pittorico di Pagnani: l’interesse per la rappresentazione del paesaggio, che da sempre è motivo dominante della sua ricerca, ed il fatto di vivere a stretto contatto con opere tra le più rappresentative dell’Informale Italiano ed Europeo. Sin dall’inizio della sua attività artistica, infatti, lo ritroviamo ad elaborare una propria visione intima e soggettiva del paesaggio ravennate, a lui circostante, attraverso la lezione di maestri storici senza i quali l’arte contemporanea non sarebbe oggi codificabile[iv].

Dal contrasto tra la visione di una Ravenna torbida – per “una sua sotterranea natura acquatica e limacciosa dentro la quale i monumenti del passato sprofondano a causa della subsidenza”- e una Ravenna luminosa a tratti abbagliante dei mosaici e dei metalli delle strutture industriali, prende il via la ricerca vera e propria dell’artista, cioè quel percorso che egli non chiama scelta, ma “destino”.

Si tratta di masse o nuclei abbozzati, irregolari, caotici, sistemati casualmente sulla superficie della tela come “luoghi fisici e metamaterici” in cui l’esecuzione informale – ed espressionista - amalgama in un unico blocco plasmabile “caos e archeologia, norma e arbitrio, fossilizzazione e commento al graffito urbano…….”, utilizzando, da qui in poi, sabbie dell’adriatico e prodotti delle industrie petrolchimiche di Ravenna. Frammenti visivi, dunque, segni derivanti da un’occhiata istantanea ai graffiti urbani, particolari estratti dalla caotica velocità contemporanea.

Da questi “strutturati flash d’astrazione”, approdiamo oggi – sempre nel rispetto di una visione intima e personale – a qualcosa di più riconoscibile e definito: ecco infatti che, nel proseguire la ricerca di forme espressive contemporanee per la realizzazione paesaggistica, Pagnani continua sì ad utilizzare materiali come sabbie e vernici, che sullo stucco possono sgretolarsi e perdersi, ma elabora anche soggetti a lui più vicini, raccontati mediante un ritratto geografico informale.

Quasi sempre visionarie, oniriche, in bilico tra astratto e figurativo, le architetture acquatiche o di pianura[v], siano esse navi o altre strutture, possono essere adattate oltre che a Ravenna, a qualsiasi altra città industriale di mare, mentre i toni a volte ocra, terra bruciata quasi morandiani, a volte invece lucenti e cangianti, traducono in espressione la stessa urgenza intima e poetica.

Nei dipinti di Petrosillo, invece, ciò che balza subito agl’occhi è il debito nei confronti degli studi scenografici svolti a Bologna, e della specializzazione ottenuta in grafica pubblicitaria. Da qualsiasi punto vengano osservati, resta nello spettatore la sensazione di ritrovarsi davanti ad un qualcosa in cui tutte le parti concorrono all’equilibrio e all’armonia, sia dal punto di vista cromatico che da quello strutturale. Vediamo, infatti, che all’interno di ambienti multicolori, i soggetti, anch’essi colorati, si inseriscono perfettamente dando vita a “surreali combinazioni cromatiche” vive e cangianti - forse ricordo di viaggi mediterranei - che, convivendo le une con le altre senza mai stridere, senza mai infastidire l’occhio, pongono l’accento su una dimensione fantastica ed irreale.

La stessa ricerca calibrata – utilizzata nell’attenzione per il colore - la ritroviamo anche nel modo di rappresentare le figure: queste, per merito di un linearismo grafico ben definito che circonda i volumi, si stagliano ponderatamente sullo sfondo piatto in modo netto e compiuto, mentre il movimento e la dinamicità, sempre presenti nelle opere di Petrosillo, concordano con la frenesia circostante ed affondano le loro radici nella nostra prima avanguardia storica[vi].

Ciò che a noi, però, più interessa è sottolineare come, in una visione d’insieme, l’opera dell’artista sia strutturata in modo proporzionato e corretto, come la sua composizione sia solida e precisa e come le sue esperienze precedenti siano importanti e rivelatrici.

Ritengo, inoltre, che il concetto di ricerca fantastica e irreale presente nei dipinti di Petrosillo, come accennato in precedenza, la si possa rintracciare, in un certo senso, nel modo in cui M. Chagall aspirava, attraverso il sogno, al raggiungimento di ciò che è magico e che quindi contrasta con il tedio reale[vii].

Per quanto riguarda Battistini, è arduo comprendere la sua arte senza tener conto di quanto essa sia imbevuta delle lezioni apprese durante i suoi viaggi a Roma e soprattutto a Parigi. La varietà dei soggetti raffigurati da quest’artista cosmopolita[viii] è distinta – così come nel caso di Pagnani – da una fisicità materica predominante. In tal senso“ i quadri, fabbricati per lo più in maniera artigianale, sono spesso costituiti da elementi di recupero incollati e disposti in strutture e trame evanescenti che, a volte formano la cornice del movimento e danno volto, corpo e voce a gatti, re, regine, fate, uccelli, orchi, soldatini, eroi, animali vari…… Tutte hanno un’impronta teatrale, con scene ricche di fondali, sipari e quinte”.

L’immaginario artistico, che Battistini concretizza su tela o su carta, rivela – come già abbiam visto per Petrosillo – una forte componente onirica dettata dall’inconscio, che sfocia in un’atmosfera fiabesca, da sogno[ix].

Nei propri dipinti, realizzati utilizzando collages e riassemblando materiali raccolti per strada o sulla spiaggia, sta il suo mondo “all’apparenza lontano”, riempito in modo caotico da un brulicare febbrile e sognante “che non lascia spazio al vuoto” e che si esprime nella mancanza di azione dei soggetti, nel rifiuto della profondità spaziale, nell’accostamento irrazionale di più figure appiattite che vengono a galla in superficie.

Il linguaggio utilizzato, così intenso e permeato qua e là di modi arabi e bizantini già presenti nella Scuola di Parigi di inizio Novecento, risente delle tecniche miste di G. Braque, di un gusto ornamentale vicino a quello di P. Klee e di un interesse animalesco simile a quello di F. Marc. Soprattutto non và tralasciato il fatto che nell’inconscio di Battistini vi sia “qualche sparuto e disarticolato fantasma del Dubuffet dell’Art Brut, pronto a ibridarsi con lontani frammenti di immagini urbane alla Grosz, per intenderci, un pizzico patetico – grottesco da primitivismo in versione anni ottanta, messo magari in salsa Bad Painting, come usa ancora in questi giorni……”[x]

Nel caso del ferrarese Bottazzi, invece, la ricerca artistica spazia dal campo scultoreo a quello pittorico, ricordandoci in tal modo come, già nei primi decenni del Novecento, il confine tra queste due arti si fosse fatto via via sempre più sottile fino a scomparire[xi].

Egli,“applicando il metodo dell’intaglio diretto”, realizza figure in pietra e marmo, svolgendo una ricerca nei confronti di un linguaggio che aspira a definire in termini contemporanei un’ espressione di base arcaica e primitiva che nulla vuole perdere del suo mistero, mantenendo in tal modo viva una certa essenzialità formale.

Ritengo che il riferimento più palpabile alla contemporaneità del suo percorso espressivo sia rintracciabile nella scultura cubista di A. Archipenko e di J. Lipchitz, dove le sfaccettature irregolari e le spigolosità si combinano con i fori che rendono perfettamente l’idea del passaggio tra vuoto e pieno[xii] in un contesto che esula completamente dalla dinamicità delle forme e si sposa, al contrario, con la stasi. L’energia magica invece, che rievoca miti e mondi lontani – sempre percepibile nelle opere di Bottazzi – ci riconduce a quel concetto di purificazione spirituale propria di C. Brancusi.

Il fatto poi che l’artista sia originario di Ferrara è più che rilevante se consideriamo quanto i suoi lavori su tela abbiano a che vedere con la pittura metafisica. Ciò, naturalmente, testimonia quanto il territorio da sempre influenzi la formazione di un artista.

I suoi dipinti, o meglio, rilievi su quadro, raffigurano architetture, barche, moli o esseri umani completamente circondati dal silenzio in un’ambiente sospeso, anonimo. Si tratta di un paesaggio sognato, innaturale nei suoi colori lividi e tersi, che avvolge i soggetti in un abbraccio inquieto e angosciato. Al suo interno il buio dell’eclisse rende vano il respiro di uomini e cose, implodendo in un’attesa eterna, rivelando così la spina dorsale del tempo.

La scultura di Brunelli, invece, si differenzia da quella precedente in quanto non è realizzata utilizzando materiali appartenenti alla scultura tradizionale, bensì prende vita dalla rielaborazione e dall’assemblaggio di materiali di recupero quali ferro, legno, latta, plastica[xiii]. La risultante è che il modo di operare dell’artista non consiste nell’estrarre la forma dal blocco togliendo materiale, come nel caso di Bottazzi, ma, al contrario, aggiungendolo. L’esecuzione che lo porta a compiere questi veri e propri “manufatti artistici” procede quindi per addizione e non per sottrazione.

I soggetti rappresentati da Brunelli, sulla cui originalità non si discute, siano essi santi, pesci inseriti in nature morte o anguille marinate, risultano sempre e comunque carichi di un’ironia “disincantata pervasa di riferimenti storico-sociali” che permette un’ interpretazione più ampia del loro apparente significato. In tal senso, i personaggi delle sue icone, che egli definisce santi, hanno tutti, in primis, una natura terrena[xiv] che s’avvicina ai modi attenti e partecipi di Caravaggio e di Pasolini per l’attenzione alla cruda realtà degli umili e dei vinti. Le opere successive, poi, mostrano la sua totale adesione a quel percorso della Storia dell’Arte che partendo dalle rivolte dadaiste di M. Duchamp e di K. Schwitters, attraversa la Pop Art americana di C. Oldenburg e quella europea di P. Manzoni, approdando – soprattutto per la scelta dei materiali – a quella corrente principalmente italiana che va sotto il nome di Arte Povera.

All’interno dei lavori su carta di Gardini[xv], è possibile percepire costantemente una sorta di indefinitezza e incompiutezza in grado di lasciare aperte porte ad eventuali realizzazioni future e quindi incognite.

Già nella numerosa serie di piccoli disegni che egli produce senza sosta e che fuggono visibilmente dall’idea di finito e compiuto, troviamo questa necessità di aprire al mondo, di accogliere le molteplici possibilità che potranno accadere, di annotare su questi taccuini appunti utili alla realizzazione del proprio pensiero durante il suo svolgersi nel tempo.

Lo stesso discorso vale applicato alle singole opere di più grande formato, come ad esempio i paesaggi con oggetti inseriti, nei quali gli elementi principali della composizione, sempre ben riconoscibili e in primo piano, realizzati attraverso una sorta di a-plat gauguiniano, fanciullesco ed irreale, concorrono nell’insieme a ricordarci come gli avvenimenti possano essere casuali[xvi].

Ma è nei lavori di carta realizzati in rilievo che Gardini arriva a rendere in modo esauriente la propria ragione artistica, a rivelarci il motivo del suo muoversi entro il territorio dell’incompiuto. Infatti, attraverso la fragile rappresentazione di questi oggetti di uso comune pronti a scomparire da un momento all’altro, l’artista vede la caducità della vita umana. La nostra vita è precaria, proprio come questi oggetti di carta che da un momento all’altro possono disfarsi. La loro fragilità è dunque la sua – la nostra – fragilità.

L’utilizzo di insiemi di parole come segni grafici, rintracciabili in questi lavori, sono appunti, annotazioni[xvii]indispensabili che l’artista apporta al proprio lavoro mentre opera in tempo reale. Con la scrittura l’opera si compie. Va dunque qui ravvisata una certa affinità con quelle esperienze artistiche maturate a Roma intorno agli anni ’60, rappresentate da Cy Twombly e Gastone Novelli[xviii], tenendo però presente come la scrittura di Gardini si discosti da quella disordinata e organizzata per accenni di Twombly e s’avvicini, invece, a quella più geometrica e regolare di Novelli.



[i] Le precedenti collettive si sono svolte all’interno di luoghi storici dentro e fuori Ravenna e precisamente presso:

- La Ca’ de Ven ( dal 13-04-07 al 29-04-07).

- La torre medioevale di Oriolo dei Fichi a Faenza ( dal 07-07-07 al 29-07-07).

- La villa di S. Maria in Foris (dall 28-07-07 al 22-09-07).

[ii] Sia nel modo di scegliere gli elementi da rappresentare, sia nel modo di eseguire il proprio lavoro, gli artisti di Ca’ de Art, sebbene ognuno con con le proprie differenze, mostrano una radicata appartenenza alla realtà ravennate industriale, rurale e marittima.Ciò conferma l’importanza che da sempre la geografia e il territorio rivestono sull’evoluzione visiva di un’artista.

[iii] In special modo nei casi di Bottazzi e Brunelli, i quali, essendo gia di per sè scultori, sono facilitati nel rappresentare la tridimensionalità degli oggetti.

[iv] Nella sua villa di Ravenna (villa Chigi-Pagnani), vero e proprio museo, sono presenti opere di M. Moreni, K. Appel, A. Tàpies, E. Vedova, G. Mathieu.

[v] B.Buscaroli Fabbri, nel saggio introduttivo relativo al catalogo della mostra di Pagnani intitolata Palafitte, ci ricorda che nel contemplare l’architettura industriale, l’artista coglie dalla prima avanguardia in Italia: il Futurismo.

Aggiungerei che Pagnani coglie dal futurismo anche nell’estrarre frammenti in modo istantaneo dal caos contemporaneo.

L’inserimento degli oggetti di varia natura su quadro invece, trova i suoi precedenti in K. Schwitters (come ci ricorda B. Buscaroli Fabbri) e più avanti in R. Rauschenberg.

[vi] Il Futurismo.

[vii] Infatti, il lavoro di Petrosillo riesce ad evocare, grazie soprattutto al significato espressivo del colore dettato principalmente dai Fauves, la magia di un ambiente sognato.

[viii] Non và mai comunque dimenticata l’importanza della sua formazione artistica in territorio ravennate.

[ix] Se per Petrosillo, il riferimento a Chagall era dovuto soprattutto al colore, qui è dovuto sia alla scelta dei soggetti, sia al modo orientalizzante con cui sono rappresentati.

[x] Tratto da una lettera di Claudio Spadoni a Battistini.

[xi] Ciò grazie alle teorie cubiste e all’assunzione in pittura di materiali estranei come il collage.

[xii] E’ un procedimento che utilizzerà anche H. Moore. Và detto che Bottazzi, nella sua percezione arcaica e primitiva, considera la scultura una forma naturale proprio come lo scultore inglese.

[xiii] L’esperienza di metalmeccanico riveste un ruolo cruciale sia nella vita che nell’arte di Brunelli; da qui, viene la scelta dei materiali da utilizzare.

[xiv] Mostrandoci come il sacro abiti “ognuno di noi mortali”.

[xv] Le sue opere possono essere realizzate sia in piano che in rilievo, ma sempre su carta, spesso invecchiata.

[xvi] Nei suoi paesaggi, ad esempio, le case non appoggiano al terreno, i dadi raffigurati rappresentano la fatalità, ecc……..

[xvii] Così come la serie dei piccoli disegni accennata in precedenza.

[xviii] Sia nell’utilizzo delle parole, sia nell’utilizzo del collage.